Osvaldo! Altre foto di backstage
30 December 2008Foto di backstage e onstage della trasmissione televisiva Osvaldo - sala Staffieri, Palazzo Ducale
Foto a cura di Francesco Barbagli
Foto di backstage e onstage della trasmissione televisiva Osvaldo - sala Staffieri, Palazzo Ducale
Foto a cura di Francesco Barbagli
“No future for you” canta distorto Johnny Rotten. Il tasto pause è la prova di quello che dice, lo sfioro e lui muore. No future. Che siamo vicini alla fine mi sembra palese. Se ci fossero ancora animali liberi li vedremmo correre impazziti alla ricerca di riparo. I posti di lavoro diminuiscono. Le università si riempiono. Assistiamo come in rewind ad un processo irreversibile. Calano le scorte e aumentano i consumi. la frattura sociale si espone, bisogna operare. Volume in fade out. Tasto pause. No future.
È da tanto che osservo quei ragazzi. Siedono sempre sugli stessi scalini, si spostano solo se sono tutti. la fratellanza intaccabile che li unisce è inaccessibile dall’esterno. Quelli che tra loro sono abbracci, risate e pacche sulla spalla, per tutti gli altri diventano occhiatacce, offese, a volte anche pugni. Per i loro amici darebbero la vita, li difenderebbero da soli contro dieci. Tutto quello che succede accanto non importa, they don’t care about. Se il meteorite che distruggerà la terra non centrasse i loro scalini forse riuscirebbero a sopravvivere.
42.689 km più in basso il sole picchia troppo forte per andare a scuola. Abu non sa cosa sia un’assemblea d’istituto e non può immaginare che un ragazzo occhialuto in quello stesso momento stia parlando di lui. Non si conoscono, non si vedranno mai. La campanella suona e ognuno ritorna a casa. Quando qualcuna premerà il tasto stop, Dio salvi la regina. E anche noi.
ps
il titolo è una citazione di Bros. artista di strada e parente di Mario.
Ho preso il titolo di questo post da una vecchia pubblicità della telecom. la trovai geniale. adoro la bella pubblicità. in quel caso si parlava di videotelefoni, ma il messaggio che mandava andava molto oltre. quando incontro le persone per strada ho spesso l’impressione che mi salutino dicendo così, che cerchino nel mio sguardo l’ammirazione per il loro look. la nostra immagine è la pubblicità di noi stessi. e dire che i “consigli per gli acquisti” non li guarda nessuno.
mi lancio in un fillungo tanto triste quanto inutile e do un’occhiata ai negozi. il rapporto tra abbigliamento ed elementi commestibili è schiacciante. ogni epoca, del resto, ha le sue priorità. mi si avvicina un ragazzo con aria amichevole. indossa una giacca di pelle simile alla mia. mi chiede una sigaretta. non fumo. la prende bene, sorride e si allontana. dopo un metro si volta e dice: “rock’n roll”. annuisco per non deluderlo. avrà pensato che appartenga alla sua stessa tribù. i vestiti sono come il pelo degli animali, ti dicono di che razza sei.in piazza tutto diventa più chiaro. le diverse tribù occupano i loro spazi senza interagire. ci sono metallari con le solite t-shirt di gruppi musicali, seguaci dell’hip hop coi vestiti dei fratelli grandi, aspiranti veline, aspiranti aspiratori a veline e i nuovissimi Emo. quest’ultimi sono di gran lunga i più interessanti, se non altro perchè inediti. decido di seguirli, alla fine in gabbia ho finito di leggere tutti i Dylan dog e non ho di meglio da fare. oltre ai vestiti anche i comportamenti sembrano codificati. camminano con la stessa cadenza, squadrano gli altri con lo stesso interesse. C’è tra loro una sincronia innaturale.
Daniele era un mio amico. Non intimo, ma comunque un mio amico. eravamo entrambi fanatici di “…And out come the wolves” dei Rancid, portavamo le stesse magliette e frequentavamo la stessa palestra. capita a volte di perdersi per un po’ di tempo. Capita poi di rincontrarsi e di salutarsi come vecchi amici. È capitato però che Daniele portasse quella volta una maglietta molto diversa dalla mia e capelli abbastanza corti da rispettare clichè che non condivido. Ci siamo salutati pensando entrambi la stessa cosa, forzando un sorriso che non veniva spontaneo a nessuno. L’ho visto molte altre volte, ma non ci siamo più salutati. Ogni volta mi chiedo chi dei due si quello più stupido.
”le donne per me sono uomini anche loro” dice il grande Mario Cioni.
non riuscirei mai ad essere una donna. è troppo difficile. a 10 anni sei la più alta della classe, in alcuni casi anche la più forte. non fai in tempo ad abituarti al potere che gli altri ragazzi tirano fuori muscoli e brufoli, e non vale più la pena di metterla sul piano fisico. alle medie poi il livello di ormoni è ancora troppo basso e nelle ore di ginnastica ci sono sempre mille volontari a rialzarti quando cadi. dove finiscano le mani soccorritrici però non è mai del tutto casuale. alle superiori sarebbe facile. ormai si hanno le carte in regola e tutti quelli di classe tua pendono dalle tue labbra. casualmente però a te piacciono quelli più grandi. ma quelli più grandi con te giocano e le pagine del diario si riempiono di lacrime. non parliamo poi dei professori. quelli maschi ti credono stupida, quelle femmine sentono la competizione e quindi ti odiano. le amiche vengono in bagno con te, ma ci andrebbero anche col tuo ragazzo. l’abbigliamento è un’incognita. troppo coperta sei sfigata, troppo scoperta sei una troia, se sbagli l’abbinamento dei colori ti deridono anche i bidelli. in compenso la sera devi tornare prima di tuo fratello più piccolo di te e se c’è da dare una mano in cucina entri sempre in nomination. anche nel sesso ci sono pù rischi. se ne abusi sei di nuovo una troia. se lo eviti una suora. i ragazzi hanno programmi bellissimi come Ken Shiro, 90° minuto e il Wrestling, tu sei costretta a guardare uomini e donne e centovetrine. da grande il tuo datore di lavoro ci proverà con te, se cederai sarà stato inutile coprirti molto alle superiori ed evitare di farti tutta la squadra di basket di tuo fratello. se non cederai ti licenzierà. la gioia più grande della tua vita, un giorno, sarà partorire. peccato solo che ti costerà mesi di sacrifici e ore di dolore lancinante.
eh si..meno male che non mi chiamo Osvalda.
mi aveva sputato addosso. due volte. non so perchè lo fece, forse per sfidare i miei due anni di scuole medie più di lui, ma lo fece. chiusi gli occhi contraendo gli zigomi e colpii. tirai di destro, il mio braccio meno forte. quando si rompono le ossa del naso fanno un rumore molto meno poetico di quello che senti in tv. poi un respiro più lungo degli altri. le sue mani bagnate di sangue e migliaia di pugni più forti del mio colpirmi da dentro. portai a casa il naso integro e l’anima a pezzi. avevo perso.
giro per la città alla ricerca di ciò che mi sono perso nell’ultimo anno di gabbia. fisso i ragazzi, li seguo per leggere le scritte sugli zaini. noto con piacere una ritrovata cultura cinematografica, Kubrick che spunta sulle magliette, sulle fibbie delle cinture. Arancia Meccanica affascina questa generazione evidentemente immune alla “cura Ludovico”. all’improvviso succede qualcosa. la gente si stringe in un ring dove il biglietto di prima fila costa solo più coraggio. per fortuna sono alto, vedo anche da dietro. due ragazzi picchiano uno. una ragazza urla, altre due incitano. lui rimane a terra. due calci di sicurezza. fine dell’incontro. sento ragazzi allontanarsi delusi per lo scarso spettacolo. dicono che hanno fatto bene, che se l’era cercata. solo Andromaca soccorre Ettore. due bar più avanti c’è già chi racconta della rissa. gli assenti ascoltano e invidiano.
Cosa fa scendere dall’auto padri di famiglia? cosa li spinge a menare chi non gli ha dato la precedenza? perchè i negozi vendono i tirapugni? sfoggiamo ricchezza e ci comportiamo come in lotta per la sopravvivenza.
sbatto la porta della gabbia. la cassa picchia in quattro quarti. sfondo le casse dell’ampli massacrando le corde a colpi di plettro. faccio sanguinare le mie povere orecchie. ognuno si sfoga a modo suo.
era bellissima Milena. aveva gli occhi neri come la mia rabbia per non averli mai visti da vicino. nelle ore di educazione fisica mi infiltravo nello spogliatoio delle ragazze per lasciare messaggi con il mio uniposca stilnovista: “non basta una nuvola per toccare il cielo” fu il mio parto migliore, ma la nuvola le bastò e si mise con un altro. ognuno nelle nuvole vede quello che vuole. all’epoca era questo l’unico modo per dichiararsi ad una ragazza senza dover affrontare il suo sguardo. l’alternativa era la temutissima “telefonata a casa”, dove rispondeva sempre la madre e dovevi spiegare chi eri prima di sentirti dire che la Milena di turno non era in casa. ci voleva coraggio negli anni novanta.
oggi ho la stessa età di allora (vivere in una gabbia ha anche i suoi vantaggi) ed è tutto molto diverso. i satelliti a spasso per lo spazio hanno rubato il posto alle amiche fidate che riportavano ambasciate più o meno fedeli all’originale. forse quando i ragazzi scrivono “io e te tre metri sopra il cielo” si riferiscono proprio a questo: a questi nuovi amori diciamo così…satellitari. con un messaggio si rischia poco, con una mail ancora meno, con Msn e facebook sembra quasi di incontrarsi per caso. ed ecco che le pubbliche relazioni non si fanno più in pubblico ed io comincio a temere che il mio avatar abbia più amici di me e un giorno decida di cambiarmi.
siamo la prima generazione al mondo che quando risponde al telefono chiede “dove sei?” e che ha paura di rispondere se non sa chi la sta chiamando. azioni impensabili fino a pochi anni fa. la vita che sembra resa più facile da questi elettrodomestici tascabili diventa un inferno quando l’elettromagnetismo viene a mancare. uscire senza cellulare è come giocare alla Wii con gli occhi bendati, mentre restare senza internet a casa equivale a partire per il Tibet alla ricerca solitaria del proprio Io. devo ammetterlo, la mia rubrica vale più della mia memoria. dalla mia gabbia comunico in tempo reale con tutto il mondo, ricevo mail mentre faccio altre cose e lascio messaggi che si possono leggere anche dalla Cina (sempre che questo blog non sia censurato); il filo che mi lega al mondo si è fatto sempre più sottile fino a divenire un wireless..forse sono un po’ più solo, ma mi piacerebbe tanto scrivere un sms a Milena.

Foto di Francesco Barbagli
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Foto di backstage e onstage della trasmissione televisiva Osvaldo registrazione di gennaio 2008 - sala Staffieri, Palazzo Ducale

Foto di Francesco Barbagli
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“non nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo, se deve dipender dalla gioventù superficiale di oggi, perchè questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere ed il rispetto per i genitori: la gioventù di oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.” Continua a leggere »
vivere in una gabbia comporta degli svantaggi. il mondo di fuori va avanti e tu fai sempre più fatica a tenere il passo. lo confesso cari amici, ho sedici anni da una vita e sono ancora vergine. francamente non lo vivevo come un grosso problema fino a pochi giorni fa, finchè sfogliando una rivista non ho letto che a quindici anni i ragazzi di oggi hanno rapporti regolari. ecco perchè siete così felici quando venite i trasmissione, adesso capisco. Continua a leggere »